La prima grande impresa editoriale moderna milanese

Avevamo già affrontato il tema (qui) del passaggio dalla stampa concepita – ed esercitata –  come tecnica artigianale alla tecnologia editoriale che è poi quello “spartiacque” ancora oggi utilizzato per classificare un libro antico o uno moderno.
L’impresa editoriale che riporto oggi assume davvero i connotati di un cambio epocale, come vedremo sia per ragioni tecniche di produzione che per il mondo in cui si è sviluppata.
La storia editoriale italiana deve per forza riservare un posto di notevole importanza alla Società Tipografica de’ Classici Italiani di Milano, una vera e propria società capitalistica, forse la prima così moderna in Italia in questo settore.

La storia che qui si propone è tratta dal catalogo monografico, da me curato, che presenta una importante collezione formata dalla prima collezione e da alcuni titoli della seconda edite dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, oltre che da alcune opere uscite in supplemento dai torchi pisani di Capurro.

La Società Tipografica de’ Classici Italiani in Milano, viene formalmente costituita nel capoluogo lombardo nel 1803, anche se di fatto esisteva già dal 1802, anno in cui inizia a circolare il Prospetto dell’edizione dei classici, di già dedicato al vicepresidente dei ministri. Fu proprio l’approvazione del viceministro della repubblica Francesco Melzi d’Eril, che garantì l’acquisto di un cospicuo numero dei futuri volumi, che spinse alla stesura del vero e proprio contratto di creazione della società. L’11 maggio 1803, tre soci (a fronte dei quattro originari dell’anno precedente) fondano la S.T.C.I., le firme apposte sono di Giovanni Angelo Borsa, di Innocenzo Domenico Giusti e di Giulio Ferrario. Sui primi due, banchiere uno e ingegnere il secondo, le notizie scarseggiano, anche in considerazione della marginalità di questi personaggi nel mondo librario dell’epoca. Il Ferrario invece si presentava già con un buon curriculum: ecclesiastico di origini borghesi, aveva una solida formazione bibliotecaria, avendo provveduto alla catalogazione della collezione dei Litta e della Braidense, seguendo il sistema di D’Alembert. Inutile dire come fu proprio il Ferrario il principale animatore dell’attività editoriale appena posta in essere, particolare che risulta pure dal contratto. Al suo fianco, egli volle accerchiarsi di alcune personalità di spicco, tra cui Robustiano Gironi – suo collega – e Francesco Soave.

Fu certamente Giulio Ferrario a stilare il Prospetto sottoposto al Melzi. La prima stesura, “fittissima di titoli”, non ottenne immediatamente la supposta approvazione, ed il conseguente appoggio, del governo. Insieme ad altri collaboratori, si adoperò ad una breve cesura dei titoli, riducendoli di numero, seguendo le indicazioni dell’Accademia della Crusca e del Crescimbeni. Fu comunque nel giugno 1803 che i soci, già nella stessa primavera arrivati all’impressionante numero di 713, ricevettero le 30 mila lire che fecero sì che l’impresa prendesse operativamente piede. I succitati soci facevano quasi interamente parte dell’allora “buona società”, specialmente milanese, distinguendosi numerosi funzionari, magistrati e soprattutto quadri militari.11700807_1472196589757689_5108665331100348529_n

La prima serie della Collezione, composta da 249 volumi più la Bibliografia od elenco ragionato, venne data alle stampe tra il 1803 e il 1814. Undici anni che videro il Ferrario, con la preziosa collaborazione del Gironi, impegnato a, forse inconsapevolmente, rinnovare drasticamente l’editoria milanese ed italiana tutta. Come giustamente è stato fatto notare, la collezione della S.T.C.I. rappresenta la prima vera e propria produzione tipografica capitalistica italiana. Ciò è sicuramente dettato dal carattere d’impresa della tipografia che dal notevole movimento di denaro che contraddistinse la creazione dell’opera. Ma ciò che, forse, rappresenta ancor più una novità e segna un passaggio epocale d’epoca è il ritmo di produzione. Si parla di una produzione di 34 volumi in 21 mesi (i 21 mesi iniziali tra l’altro, dal luglio 1802 al marzo 1804), che vuol dire la stampa di un’opera ogni 18-19 giorni circa. Non può di certo sfuggire agli occhi come ci si trovi di fronte ad un mutamento radicale nella produzione tipografica italiana. Né ci si può dimenticare come siano questi gli anni del passaggio alla stampa in rotatoria, la caratteristica che convenzionalmente oggi separa i libri antichi dai moderni. Non ci sembra quindi troppo azzardato considerare questa epopea editoriale come il primo esperimento di stampa moderna, che si allontana notevolmente dai canoni della produzione tipografica settecentesca ancora saldamente legata ad un tipo di stampa più “artigianale”. Altro punto da non dimenticare, in quanto anche questo rappresenta una svolta nell’editoria, è la concessione di aiuti governativi ad un’opera tipografica. Il governo, nella persona del vicepresidente Melzi, sostenne economicamente la nascita di questa collezione e ne acquistò, ad operazioni concluse, un buon numero di volumi.

La Società Tipografica de’ Classici Italiani assurse, per mezzo della sua collezione e della successiva continuazione di ulteriori 135 volumi, a impresa tipografica principe nella Milano napoleonica, questo è innegabile. A poco valsero le, pur presenti, critiche rivolte alla collezione (vedasi querelle con Niccolò Bettoni e giudizio poco lusinghiero del Gamba).Scansione.jpeg

BREVE BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
Gazzetta di Milano, 12 marzo 1818
Serie dei testi di lingua, Forni, Bologna 1999
Nuovi metodi e fantasmi, Feltrinelli, Milano 2001
Intellettuali e librai nella Milano della Restaurazione, Franco Angeli, Milano 2012

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