Le grandi opere d’anatomia del XV e del XVI secolo

   Andrea Vesalio nacque a Bruxelles il 31 dicembre 1514, morì a Zante (Grecia) il 30 ottobre 1564. Studiò presso l’Università di Lovanio, poi in quella di Parigi sotto Sylvius e von Andernach. Il cognome della famiglia era Wittings, che egli latinizzò in Vesalius. Nell’ambito della scienza anatomica è considerato come il fondatore del metodo moderno in contrapposizione a quanto si praticava fino allora, tra divieti e limitazioni dovuti soprattutto a motivi religiosi.

   Nel 1537 il Vesalio si recò a Padova, tenendo presso quell’ateneo un corso di chirurgia e anatomia per cinque anni. Fu poi a Basilea, a Bologna e Pisa. A Basilea si recò più volte per seguire da vicino la stampa di due sue opere: De humani corporis fabrica, edita dall’ex officina Joannis Oporinus nel 1543, e l’Epitome, pure del 1543.

   In campo anatomico, le sue opere sono in senso assoluto le più importanti pubblicate fino a un secolo fa. Concepite e scritte durante il soggiorno patavino, in particolare la Fabrica, segnarono l’inizio di un’epoca nuova, la cui prefazione, col suo nuovo concetto umanistico-scientifico, prepara quell’azione di rottura degli studi anatomici con i metodi antichi rivendicando la conoscenza diretta delle strutture del corpo umano tramite dissezione, e collocandosi in quell’azione che già Leonardo aveva coraggiosamente iniziato contro la scolastica imperante durante il Rinascimento.

   Fondamentale per le opere anatomiche che andavano via via pubblicandosi era l’iconografia scientifico-artistica che in esse era inserita quale supporto chiarificatore dei testi e dell’apprendimento. Il primo anatomista che sfruttò il vantaggio di tale figurazione fu Berengario da Carpi: le sue opere sono illustrate con disegni anatomici inseriti in paesaggi scarni; figurazione che in Vesalio si trasforma completamente, raggiungendo la massima espressione scientifica fusa perfettamente con quella artistica, apportando il più alto senso del vero, con particolari straordinari se non addirittura scioccanti e comunque mai visti fino allora.

   Vesalio pubblicò le prime esperienze sulle Tabulae anatomicae sex del 1538. Dopo ulteriori approfondimenti pubblicò la Fabrica e le Epitome. Le Tabulae… sex (Le sei tavole anatomiche) erano state eseguite per illustrare l’anatomia di Galeno. Furono pubblicate a Venezia da Bernardino Vitali a spese di Stefano von Calcar. Pare che solo tre delle sei siano del Calcar, mentre le altre sono di mano dello stesso Vesalio.

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Frontespizio del De humani corporis Fabrica, 1543

   Il De humani corporis Fabrica, edito nel 1543, è composto di sette libri in-folio la cui iconografia è attribuita dal Vasari a J. Stephan von Calcar (1499 c. – 1550), allievo del Tiziano. Sull’attribuzione vasariana, la critica moderna nutre dubbi. Il frontespizio, che è un vero capolavoro artistico, appartiene più alla storia dell’arte che a quella della scienza: il teatro anatomico che vi è raffigurato è degno della mano dello stesso Vecellio, a cui una parte della critica lo attribuisce. Altra caratteristica fondamentale dell’iconografia vesaliana ci è data dalle figure ambientate in un paesaggio lineare continuo: vale a dire che i pezzi di paesaggio raffigurati in ogni incisione non sono fini a se stessi, ma formano un paesaggio continuo (unico) come un nastro su cui sono state collocate le figure anatomiche, poi spezzate e inserite nell’opera. È questa, a nostro avviso, una grandissima novità incisoria e concettuale di tutto il secolo XVI, forse mai ripetuta in altre opere. Tale singolarissima scoperta, ancora in fase di approfondimento e di studio, ci è giunta, dopo anni di osservazione dell’opera, quasi istintivamente: ad occhi chiusi ho immaginato un nastro scorrevole, come quello che trasporta i pacchi, su cui ho collocato le figure che ho poi incorniciato, e tutto corrispondeva a quello che pensavo da tempo. Ciò è sensazionale sotto ogni punto di vista. Con ogni probabilità lo stesso discorso vale per le sei tavole e per le Epitome, dato che per alcune figure di quest’ultima furono usati gli stessi blocchi della Fabrica.

   Osservando l’iconografia delle due opere viene una domanda: Vesalio vide o no i disegni di Leonardo? Ciò non è provato, però una rassomiglianza esiste, a parte la sistematicità dei disegni. Gerolamo Cardano osserva che un pittore non è solo uno studioso di «filosofia», ma anche di scienze naturali, aggiungendo che «a riprova esiste quella notevole imitazione del corpo umano che vidi molti anni fa, dovuta a Leonardo da Vinci fiorentino, che è quasi perfetta; un tale compito richiedere però un grande maestro e investigatore della natura come Vesalio».

Ketham, Johannes de (Alemanus Kartham, Karchan)

   L’opera del medico tedesco Johannes de Ketham rappresenta un monumento dell’arte tipografica italiana, e in particolare veneziana, di tutto il secolo XV, segnando un’era completamente nuova negli studi storici-scientifici dell’anatomia. L’edizione princeps del 1491 e la seconda del 1495 furono pubblicate anastaticamente a Milano nel 1903 e 1925 da R. Lier nella collezione «Monumenta Medica» con le prefazioni di C. Sudhoff, il quale identifica il nome di Ketham con quello di Johann Kirchhim nato a Kirchheim nel Württemberg e addottoratosi a Venezia nel 1458, diligente raccoglitore di scritti e di disegni anatomici.

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Tavola raffigurante il salasso dal Fasciculus medicinae (1495) di Johannes de Ketham

   La sua prima raccolta di scritti fu edita a Venezia dai fratelli Gregorio e Giovanni di Gregori il 26 luglio 1491, come indica il colophon dell’opera, con l’aiuto di Giorgio di Monteferrato. Il titolo era Fasciculus medicinae Johannes de Ketham. Questo capolavoro dell’editoria, che contiene anche l’Anatomia di Mondino de’ Luzi, fu stampato in-folio con grandi figure silografiche ricavate da disegni stilizzati di età anteriore. Il successo dell’opera fu tale che a soli pochi anni di distanza, nel 1495, si stampò la seconda edizione e col passare degli anni esse aumentarono di numero. Fra la prima edizione (1491) e la seconda (1495) c’è una grande differenza qualitativa, specialmente nella parte iconografica disegnata dal vero. Nella seconda edizione è raffigurata in modo straordinario una dissezione anatomica eseguita da un medico. Nelle edizioni posteriori alcuni trattati dell’opera sono sostituiti da altri. Ciò vale specialmente per quella del 1522, impressa a Venezia da Cesare Arrivabene, in cui è riportato anche il trattato anatomico di Alessandro Achillini.

   Ma il libro di Johannes de Ketham presenta due particolarità artistiche straordinarie: una è quella di essere stato concepito e stampato a Venezia, nel centro librario più famoso e attivo del mondo, dove tutto, specialmente la parte iconografica era studiato alla perfezione; l’altra, ancora più eclatante, è quella che le incisioni per Fasciculus medicinae sono attribuite a Gentile Bellini e Andrea Mantegna.

Berengario da Carpi, Jacopo (Barigazzi)

   Jacopo Berengario [Carpi (Modena) 1460 ca. – Ferrara 1530 (ma 1550?)], apprese i primi rudimenti medici forse dal padre barbiere chirurgo. Studiò medicina a Pavia e a Bologna, divenendo professore di anatomia, che insegnò dal 1502 [-1503] al 27 dicembre 1527. Lasciato l’insegnamento si dedicò interamente alla pratica anatomica, da cui trasse grande esperienza e ricchezza scientifica. Anatomico di grande valore, fu uno dei precursori di Andrea Vesalio e uno dei primi a praticare dissezioni, tanto che l’iconografia inserita nelle sue opere lo rivela osservatore acuto e obiettivo, quasi immune dalle imperanti tradizioni galeniche.

   Oltre ad essere stato il primo a descrivere l’appendice vermiforme e la ghiandola timica, è ritenuto anche il primo studioso che abbia descritto e studiato la forma dei ventricoli cerebrali e l’azione delle valvole cardiache, anche se l’aveva già fatto prima o contemporaneamente Leonardo da Vinci. Chirurgo geniale, fu il più ricercato del tempo, curando fra i tanti anche Benvenuto Cellini, il quale ci tramanda notizie su di lui e sulle cure praticategli. Si interessò molto di arte e, secondo il Vasari, il cardinale Colonna in riconoscenza per le cure avute gli donò il San Giovanni nel deserto dipinto da Raffaello e conservato nella Pinacoteca di Bologna. Come avvenne per altri scienziati dell’epoca, fu accusato di aver sezionato uomini ancora vivi: questo rimprovero originò una lunga polemica di cui parla diffusamente M. Medici (Comp. stor. della Scuola anatomica di Bologna. Bologna, 1857; cfr. anche Ch. Singer, The evolution of anatomy. London 1925).

   Lo stesso Berengario si dice allievo di Aldo Manuzio, smentito da V. Putti (B.d.C. Saggio biogr. e bibliogr. seguito dalla traduz. del De Fractura Calvae sive Cranei. Bologna, Cappelli, 1937), che lo dà come semplice amico del Manuzio, dato che il medesimo si trovava in Carpi come precettore dei figli di Pio Lionello e di Caterina Pico della Mirandola, signori locali.

   Laureatosi nel 1489 a Bologna, ottenne nel 1502 [-1503] la nomina a Lettore di Chirurgia presso quella università. Nel 1506 Giulio II PP. gli conferì anche la cittadinanza. Nel 1508, scoppiata la peste, Bologna lo recluta quale medico curante degli appestati. Negli anni 1503-1513 si recò a Roma per vari consulti e sotto Leone X PP. (1513-1521), fu a Firenze per curare Alessandro Soderini.

   La prima opera scritta da Berengario è l’Anathomia Mundini… Carpum castigata. Bononiae, Rubiera, 1514. Qualche anno più tardi diede alle stampe le opere che gli valsero fama e gloria: il Tractatus de fracturae calvae [calvariae], seu [sive] cranei [cranii]. Bononiae, Gerolamo de Benedetti, 1518, dedicata a Lorenzo dei Medici e considerata come testo classico fino al 1600; Carpi Commentaria… Anatomia Mundini… Bononiae [… Venetiis?], Gerolamo de Benedetti, 1521; Isagogae breves… Anatomia humani corporis. Bononiae, Benedetto di Ettore Faelli, 1522.

   Parte importante nell’opera di Berengario da Carpi riveste l’iconografia. L’illustrazione anatomica, già rara a trovarsi nei manoscritti, decadde quasi del tutto con l’inizio della stampa nella metà del secolo XV e le poche figure inserite in qualche incunabolo avevano solo scopo riempitivo e decorativo. Nelle illustrazioni di Berengario si trova un gusto nuovo, dovuto al fatto che l’autore aveva particolare attitudine per l’arte grafica, riuscendo a conciliare il rigore scientifico con quello tecnico-artistico e naturalistico.

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Tavola dalle Isagogae (1522) di Berengario da Carpi

   Da Clemente VII PP. (1523-1534), suo grande estimatore, ebbe l’incarico di curare Giovanni dalle Bande Nere a Piacenza, e lo stesso Berengario nel Commento al Mondino scrive che fra i suoi pazienti illustri figurava anche Galeazzo Pallavicini, marchese in Cremona. Contemporaneamente a ciò egli curava anche la stampa dell’opera di Ulrico di Hutten De guaiaci medicina et morbo gallico, edita già a Magonza nel 1519.

Acquapendente, Girolamo Fabrici d’

   Girolamo Fabrizio d’Acquapendente, uno dei più grandi anatomici e chirurghi dell’ateneo padovano, nacque in Acquapendente (allora diocesi di Orvieto) nel 1533, morì il 21 maggio 1619 a Padova. Di famiglia nobile ma decaduta, si recò verso il 1550 a Padova per completare, sotto la protezione del patriziato veneto, gli studi medici in quella famosa università, dove si laureò nel 1559 circa. Fu allievo di Gabriele Falloppio (o Fallopia), e quando questi morì verso la fine del 1562 (per altri prima) tenne alcune lezioni private di anatomia varia, acquistando grande fama e notorietà, tanto che l’11 aprile 1565 fu nominato professore di chirurgia con l’obbligo di insegnare anche l’anatomia, di cui tenne la prima lezione il 18 dicembre 1566. Dopo una serie di riconferme, ebbe quella definitiva, sempre con decreto ducale, del 24 settembre 1600 e il titolo di «Sopraordinario». Il 25 agosto 1609, la cattedra fu sdoppiata e gli rimase solo l’incarico di lettore di anatomia.

   Nel 1574 Acquapendente descrive le valvole delle vene e nel 1599 il muscolo rilassatore del timpano. Nel 1594, su suggerimento del veneziano fra Paolo Sarpi, costruì il grande teatro anatomico ancora esistente e che porta il suo nome. La fama del suo sapere sconfinò anche all’estero, procurandogli una vasta schiera di allievi. La sua correttezza nell’indagine scientifica fu esemplare fino alla morte.

  Le maggiori opere scritte da Girolamo Fabrizio d’Acquapendente, oltre a una dissertazione sulla lue pestifera stampata nel 1585, sono: Pentateuchos chirurgicum, edito da Hartmann Beyer nel 1592; De formato foetu (1600); De visione, voce, auditu (1600); De locutione et eius instrumentis (1601); De venarum ostiolis (1603); De brutorum loquela (1603); De muscoli artificio: de ossium articulationibus (1614); De respiratione et eius instrumentis (1615); De motu locali animalium secundum totum, nempe de gressu in genere (1618); De gula, ventriculo, intestinis tractatus (1618); De totius animalis integumentis (1618).

   Per quanto riguarda le opere secondarie, ricordiamo l’Opera chirurgica in duas partes divisa (1617). Fra le opere manoscritte e ancora inedite segnaliamo le Tabulae anatomicae, dipinte a olio su carta. È una specie di grande atlante che l’autore lasciò in segno di riconoscimento alla città di Venezia. Trattasi di 167 tavole, divise in 8 volumi in-folio, la cui esecuzione è di alto livello artistico. Queste tavole, restaurate negli anni 1920-1921, si conservano in ottimo stato presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia. Non si conosce con precisione quando l’Acquapendente abbia iniziato la raccolta; egli accenna ad essa sono nel 1591 durante una lezione anatomica. Nella dedicatoria al suo De visione, voce, auditu, del 1600, scrive che le tavole sono a buon punto e quindi manca poco perché siano concluse.

   Le tavole sono concepite nel clima innovatore dell’arte portato principalmente dal Caravaggio dopo il 1573, e sono realizzate con severo rigore scientifico. Ispirate alla natura, interpretano il corpo umano con una formidabile impostazione strutturale emergente da forti volumi plastici, di luci e ombre di straordinario effetto chiaro-scurale.

   Le pitture delle Tabulae anatomicae rappresentano forse la più bella raccolta iconografica di anatomia e vi si ritrova la fusione ideale fra arte figurativa e medicina anatomica.

 Mario Avoneschi – 6

Da L’Esopo Rivista trimestrale di bibliofilia,
n. 20 – dicembre 1983,
Edizioni Rovello, Milano

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