Erbari italiani del Cinquecento – di Erminio Caprotti

1Note d’iconografia botanica nelle opere a stampa italiane del Cinquecento. L’interpretazione del mondo vegetale in chiave medica, magica e scientifica.

Nelle varie opere che trattano d’iconografia botanica, non vien generalmente data la dovuta importanza al contributo italiano. Si vuol perciò qui evidenziare, nelle sue grandi linee, quella che è stata la partecipazione italiana al grande fiorire dell’iconografia botanica del Cinquecento.
La disanima riguarderà le opere a stampa pubblicate in prima edizione in Italia e non le edizioni italiane di opere straniere.
Ora, se è vero che nell’Italia del ‘500 il contributo italiano in questo campo non fu pari ad altre forme d’arte, ancora insuperate, purtuttavia ne va meritoriamente segnalata la validità, nel contesto dello sviluppo che lo studio della Botanica assumeva nel tardo Cinquecento.
A rigor di termini, di una vera iconografia botanica italiana, nel senso moderno del termine, si può parlare solo dalla metà del ‘500, in ciò preceduti dai grandi «padri della Botanica tedesca», il Brunfels (Herbarum vivae icones, 1533), il Fuchs (De Historia stirpium, 1542), il Tragus (Kreüter Buch, 1546), che fecero illustrare le loro opere da artisti di altissimo livello, tra i quali Hans Weiditz, David Kandel, Albert Meyer, Heinrich Füllmaurer.
Nello scorcio di secolo che precede l’apparire di queste opere basilari nella storia della Botanica, dove lo studio delle piante procede per la prima volta da un attento esame della Natura e non da processi iconografici più o meno ripetitivi, vi sono da segnalare, per l’Italia, solo alcune opere che, per quanto oggi ricercate per la loro rarità, non rappresentano una novità nell’iconografia botanica, ricalcando modelli quattrocenteschi o addirittura medioevali.
Si tratta soprattutto di due opere, l’Ortus Sanitatis ed il Tractatus de virtutibus herbarum. La prima (Venezia, 1511, Bernardinus Benalius et Joannes de Cereto de Tridino e Venezia, 1538, Jo. Tacuinus) ripete principalmente l’iconografia dell’edizione incunabola del 1486 di Strasburgo (Gart der Gesuntheyt), mentre la seconda, erroneamente attribuita ad Arnaldo da Villanova (Venezia, 1502, Christophorus de Pensis pro Luc. Ant. Giunta, e Venezia, 1509, Jo. Rubeus et Bernardinus fratres Vercellenses, nonché Venezia, 1520 Alexander de Bindonis), he le stesse icone dell’edizione incunabola di Vicenza, 1491, Leonardus (Achates) de Basilea & Guilelmus de Papia e di quella di Venezia, 1499 Simon Papiensis Bivilaqua.
Queste, a loro volta, sono una versione più naturalistica dell’Herbarius Latinus di Schöffer, Magonza 1484. Tutte queste figure hanno per noi una sola importanza: quella di rappresentare una preziosa tappa nello sviluppo dell’arte della stampa e nella fase di passaggio dalla tradizione manoscritta all’opera stampata. Il Tractatus de virtutibus herbarum conosce diverse edizioni in italiano dal titolo di Herbolario Volgare (Venezia, Alessandro de’ Bindoni, 1522 etc.), con poche varianti rispetto all’edizione latina e talora con aggiunte dall’Ortus sanitatis.
Nel ‘500 lo studio delle piante raramente è fine a se stesso o puramente conoscitivo: l’individuazione delle specie è utile soprattutto ai fini pratici che esse rappresentavano per l’uso medico-farmaceutico di quei tempi. Solo che, verso la metà del secolo, il mondo vegetale viene indagato con maggior attenzione, sia con una lettura filologicamente più corretta del messaggio lasciatoci dagli antichi (Plinio, Dioscoride, Galeno ed altri), sia apportando nuovi lumi e nuove conoscenze con l’osservazione diretta, sia delle specie del Vecchio Mondo, sia di quelle che, grazie alle scoperte geografiche, cominciavano a giungere dal Nuovo.
Tra i naturalisti italiani, quasi sempre medici, che rinnovano, con le loro acute osservazioni, lo studio dei semplici, vanno ricordati: il Brasavola (1500-1555), con il suo Examen omnium Simplicium, Roma, 1536 ed altre opere minori; il Manardo (1462-1536), con le Epistolae Medicinales, libri XX; il Maranta († 1570?), con il Methodus cognoscendorum simplicium, Venezia, 1559.
Ma è soprattutto dopo la metà del secolo che appaiono in Italia alcune opere originali con ricca iconografia. Primeggia, fra queste, l’opera di Pietro Andrea Mattioli (Siena 1500 – Trento 1577), medico e botanico, al quale deve andare in primo luogo la nostra attenzione. Questi, dopo aver praticato a Siena, Roma e Gorizia, fu chiamato a Praga quale medico dell’Arciduca Ferdinando e più tardi dal fratello di questi, l’imperatore Massimiliano II. Morì a Trento di peste, all’età di 76 anni. Durante la sua vita rielaborò continuamente la sua opera fondamentale, che è costituita da imponenti «commentari» all’opera di Dioscoride, che lui stesso tradusse dal greco.
La prima edizione della traduzione mattioliana in volgare del De Materia Medica di Pedacio Dioscoride è veneziana del 1544 (cui seguono Firenze, 1547, Venezia, 1548, Venezia, 1552), tutte senza iconografia. Solo una rara edizione mantovana (1548), studiata recentemente da Franchini e Zanca, ci fa conoscere (cosa ignorata da Pritzel e Nissen) una prima ricca iconografia di sapore medioevale, che si ricollega agli erbari del primo Cinquecento europeo. Questa rozza iconografia sembra limitata a questa sola edizione.
Una edizione latina (Venezia, 1544, con 562 xilografie), Pedacii Dioscoridis de materia medica libri sex, si arricchisce di nuove figure, ad opera di «Giorgio Liberale da Udene gentilissimo dipintore: il quale con arte, ingegno e patientia inestimabile ha disegnato il tutto dalle vive piante e parimente da i vivi animali», come ci fa sapere il Mattioli nella dedica a Cristoforo Madruccio dell’edizione veneziana (Valgrisi) in italiano del 1555 (di un anno posteriore a quella latina).
A queste edizioni se ne aggiunsero numerose altre (latine: Venezia, 1558, 1559, 1560, 1563, 1569, 1570, 1596; italiane: Venezia 1555, 1557, 1559, 1563, 1568, 1573, 1581, 1585), arricchite sempre più di figure. L’edizione italiana del 1581 ha più di mille figure.
A queste delicatissime xilografie fa seguito una terza tipologia iconografica, quella cosiddetta «a figure grandi», ossia a piena pagina. Alla prima edizione valgrisiana (in latino) del 1565 fanno seguito quelle del 1569, 1570, 1583, 1596 e quelle (volgari) del 1570, 1581 e 1604, tutte veneziane. Le figure «grandi» sono opera di Giorgio Liberale da Udine «insieme con M. Volfango Maierpeck Todesco», come dichiara lo stesso Mattioli nel 1568 nella dedica all’Arciduchessa Giovanna d’Austria.
Le figure grandi si possono considerare una variante ingigantita dello stile delle figure piccole, però la necessità di empire spazi più ampi va, a mio avviso, a tutto scapito della purezza dell’immagine e tende a impreziosirsi eccessivamente sino a dare l’impressione di evidenti forzature. Questa distinzione, fra le tipologie iconografiche mattioliane e la loro attribuzione, mi sembra importante, anche se non è assai evidenziata né in Arber, né in Hunt, né in Blunt, che addirittura qualifica genericamente le figure piccole come commonplace.
La fama delle edizioni mattioliane (che continuarono fino al 1744, in Italia ed all’estero, con oltre 6o edizioni) non deve però farci dimenticare una gustosa opera di compilazione apparsa qualche anno prima (Venezia, 1560, F. Sansovino et Compagni; nel colophon 1561), ad opera di M. Giovanni Tatti, lucchese (pseudonimo del Sansovino stesso): Della Agricoltura, libri cinque…, ricca di 300 graziose xilografie, anonime, probabilmente derivate dalla tradizione degli erbari medioevali. Nell’anno successivo (1561), il Sansovino stesso pubblica a Venezia un Pietro Crescentio Bolognese tradotto nuovamente per Francesco Sansovino… e questa nuova edizione del classico dell’agricoltura medioevale è impreziosita con circa 160 xilografie mutuate dall’opera precedente.
Mentre le edizioni dei Commentari del Mattioli andavano moltiplicandosi in tutta Europa, veniva pubblicata una interessante opera sui semplici dal medico M. Luigi Anguillara, Semplici dell’Eccellente M. Luigi Anguillara, Li quali in più Pareri a diversi nobili Huomini scritti appaiono, Venezia, 1561, Valgrisi. Quest’opera, importante nell’avanzamento degli studi botanici, contiene due soli legni, bellissimi, del Semprevivo maggiore (p. 277) e del Chameleonte nero di Dioscoride (p. 140), ignorati dal Nissen completamente.
Due anni dopo, un’edizione latina delle opere del medico arabo Mesua, Mesuae Graecorum ac Arabum clarissimi Medici opera quae extant omnia… (Venezia, Valgrisi, 1562), racchiudeva delle Annotationes (Adiectae sunt etiam nunc recens Andreae Marini Annotationes in simplici cum imaginibus desideratis), ad opera di Andrea Marini, da Mori (Trento), medico in Venezia sulla metà del XVI secolo, studioso degli Orti veneti ed in particolare di quello di P. A. Michiel.
Anche quest’opera è inspiegabilmente ignorata dal Nissen, pur contenendo, queste Annotationes, svariate xilografie, alcune mutuate dal Mattioli (le figure piccole di Liberale da Udine) ed altre assai stilizzate, ma estremamente belle nella loro schematica semplicità.
Dovranno passare diversi anni prima di giungere ad un altro famoso erbario, quello di Castore Durante (Gualdo di Spoleto 1529 – Viterbo, 1590), archiatra di Papa Sisto V: Herbario Nuovo (Roma, 1585, appresso Bartholomeo Bonfadino e Tito Diani), opera divenuta presto celebre e che ebbe ripetute edizioni (Venezia 1602, 1617, 1636). Ad ogni successiva edizione venivano aggiunte tavole di figure senza testo. I piccoli legni (965), che impreziosiscono il poetico testo, sono disegnati da Isabella Parasole e incisi da Leonardo Norsino. L’aspetto ingenuo di alcuni di questi legni ha un effetto estremamente poetico ed un innegabile fascino, come nel caso dell’Arbor tristis, dei Garofani frutti, del Rovo, della Datura, etc.
Tre anni dopo appare la curiosa iconografia dei Phytognomonica di Gio. Battista Della Porta (Napoli, 1536-1615), brillante letterato e profondo indagatore dei misteri della Natura (Phytognomonica, Napoli, Salviani, 1588). In quest’opera, di carattere magico, nel senso rinascimentale del termine, viene effettuata una lettura del mondo vegetale attraverso la scienza astrologica e delle segnature, dove le virtù occulte delle piante possono essere riconosciute dal loro aspetto esterno e dalla loro analogia con il mondo animale, ma non è qui il luogo per approfondire i reconditi significati di un’opera tanto complessa.
I trentadue legni di quest’opera sono di finissima fattura, ma purtroppo d’autore ignoto. Ad ogni figura di vegetale viene fatto corrispondere un’equivalente figura del mondo animale, a mo’ di comparazione. L’effetto è molto bello ed analogo a quello di altra famosissima opera del Della Porta, Della fisionomia dell’huomo, dove uomini ed animali sono raffigurati vicini e raffrontati nei differenti aspetti.3
Se quest’opera non è di stretto significato botanico, lo è invece l’importantissimo De Planti
Aegypti
di Prospero Alpino (Marostica, 1553 – Padova, 1617), edito a Venezia per i tipi di Franciscum de Franciscis, 1592, con 49 xilografie, quasi tutte a piena pagina, di elevata quanto ignota fattura. Si tratta della prima flora d’Egitto, dove l’Alpino passò alcuni anni, ed è opera d’alto valore scientifico (V’è raffigurata per la prima volta la pianta del caffè).
È strano come Blunt (Art. Botan. Ill., p. 60) cerchi, anche con Alpino, di minimizzare il valore artistico, peraltro elevato, dell’iconografia botanica dell’Italia rinascimentale: «They add little to the development of botanical illustration», riferendosi a Della Porta, Alpino, Durante.
Tra i lavori non strettamente botanici vanno ricordate la Relatione del Reame di Congo et delle circonvicine contrade (Roma, 1591, Bartolomeo Grassi) di Filippo Pigafetta, per una bellissima tavola raffigurante una specie del genere Musa, «specie di Palma che fa la seta», siglata N.T., nonché il secondo volume di Delle Navigationi et viaggi del Ramusio (Venezia, 1559), dove a carta 15 è raffigurato il «Rheubarbaro», con una bella xilografia.
Verso il volgere del secolo appare il Phytobasanos, sive plantarum aliquot historia (Napoli, 1592, J.J. Carlinus – Ant. Paces) di Fabio Colonna (Napoli 1567-1650), con 38 incisioni in rame, probabilmente disegnate dall’Autore stesso. Si tratta della prima opera botanica in cui vengano impiegate incisioni in rame. Il Phytobasanos è uno studio di ricerca ed individuazione di alcune specie segnalate dal Dioscoride. In particolare l’Autore, sofferente di epilessia, cercava l’erba con cui guarire e, trovandola nella Valeriana, come suggeriva il Dioscoride, pare ne avesse notevole beneficio. Questo lo spinse ad intensificare la ricerca dei semplici per scoprire nuove piante curative e l’impiego profuso portò ad egregi risultati.
Le incisioni in rame sono di elevata fattura, alquanto schematiche, ma, linearmente chiare, raggiungono lo scopo di evidenziare ogni dettaglio. Sempre nel 1592, Bussato da Ravenna (attivo nella seconda metà del XVI secolo) pubblica un Giardino di Agricoltura (Venezia, Gio. Fiorino), opera che, pur interessando principalmente le colture, ha delle belle incisioni d’alberi. L’opera conosce quattro successive edizioni (Venezia, 1593, 1599, 1613 e Bassano, 1794).
2Infine nel 1599 Ferrante Imperato (Napoli 1550-1625) pubblica Dell’Historia naturale libri XXVIII (Napoli, Stamparia a Porta Reale per Costantino Vitale), con un magnifico «ritratto del Museo di Ferrante Imperato», grande xilografia più volte ripiegata e con numerosi legni di piante, nel libri XXVII e XXVIII. Bella in particolare la raffigurazione del «Moly indico».
Come abbiamo visto in questo breve excursus, l’iconografia botanica italiana del Cinquecento è alquanto varia e rispondente a varie finalità: quella predominante è di identificare i vegetali per scopi medico-curativi (Mattioli, Anguillara, Durante, Marini in Mesua), altra è quella di approfondire il loro significato magico (nel senso della magia naturale come era intesa nel Rinascimento ed in età barocca), altra ancora quella di pura conoscenza scientifica nel senso moderno del termine (Alpino), infine un’altra è dettata da ragioni pratico-agricole (Bussato).
Un ulteriore approfondimento di tutte questo singole opere si rende necessario, per una migliore conoscenza dell’iconografia botanica italiana nel secolo di maggior splendore della nostra arte.

Erminio Caprotti – 4

Da L’Esopo Rivista trimestrale di bibliofilia,
n. 1 – aprile 1979,
Edizioni Rovello, Milano

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