Il meraviglioso mondo delle marche tipografiche

Forse, anche per i meno addentrati nella bibliofilia, il concetto di marca tipografica riporta immediatamente al famosissimo delfino che si attorciglia intorno all’ancora, lo stemma di Aldo Manuzio e dei suoi successori.
Sicuramente trattasi, in ambito italiano, della più conosciuta marca legata al mondo dei libri antichi.

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Marca tipografica di Christophe Plantin

La marca tipografica è quel logo, quell’immagine incisa – dapprima su legno, poi con il passare degli anni su rame – che solitamente è posta sul frontespizio, accompagnata da monogrammi e/o motti, e che contraddistingue l’attività tipografica di uno stampatore (molto più raramente sta ad indicare il libraio, la persona cui il libro è dedicato o il committente dell’opera).
Queste marche erano una sorta di antesignano copyright editoriale, erano usate a garanzia di autenticità dal tipografo e dovevano avere carattere univoco, anche se andremo poi a vedere come in realtà non siano mancate numerose falsificazioni.
Le marche tipografiche sono una rappresentazione allegorica e simbolica della personalità del tipografo, il suo distintivo.

A dire il vero, le prime marche tipografiche fanno la loro comparsa nei primi incunaboli, che mancavano di frontespizio, per cui la loro presenza originaria era relegata a fine volume, ossia al colophon.

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Marca di Fust e Schöffer

La prima apparizione di una marca tipografica viene fatta risalire all’attività dei tipografi tedeschi Johann Fust e Peter Schöffer. In un salterio da loro stampato nel 1457 (il Salterio di Magonza) fa la comparsa, ovviamente al colophon, un piccolo “fregio”, quasi un timbro, a garanzia di autenticità.
La marca è assolutamente “primordiale” rispetto alle vere e proprie composizioni artistiche che si svilupperanno in questo ambito nel XVI e XVII secolo, sembra rappresentare gli araldi dei due tipografi che pendono da un ramo.
Ri-spostandoci in Italia, troviamo invece che il primo ad utilizzare una propria marca tipografica fu il francese, trapiantato a Venezia, Nicolas Jenson con il suo famoso marchio composto da un cerchio e dalla croce a doppie braccia, la cui origine non è per nulla definita, anche se si può azzardare che sia una deriva da precedenti marche commerciali.

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Marca Jenson

Seguono, ma precedono per celebrità, l’ancora e il delfino di Manuzio, che pare avesse mutuato la marca da una moneta romana regalatagli da Pietro Bembo. Il suo celebre motto festina lente (“affrettati lentamente”) si sintonizza perfettamente con gli elementi della marca, ossia con la velocità del delfino e la calma ferma dell’ancora.

Ritornando alla storia delle marche in ambito più generale, assistiamo ad un progressivo arricchimento nella composizione delle stesse tra gli inizi e la fine del XVI secolo. Se dapprima la marca era composta dalle iniziali del tipografo e da poco altro, con il passare dei decenni assistiamo alla comparsa dei motti, delle figure zoologiche e antropomorfe, dei motivi naturalistici ed architettonici e notiamo un’espansione anche nelle dimensioni della marca stessa che, con il passaggio da incunaboli a libri antichi, va a trovare la sua naturale collocazione nel frontespizio, generalmente tra il titolo e le indicazioni editoriali scritte.
Si ha quindi una celebrazione artistica incisoria nello sviluppo della marca tipografica ma anche uno sviluppo nell’elaborazione simbolica editoriale.
Tutti fenomeni che (come, d’altro canto, molti altri legati alla produzione tipografica) vanno pian piano scemando con l’avvento del XVIII secolo: le marche tipografiche tornano a snellirsi sempre più, fino a scomparire del tutto per venire nuovamente soppiantate da piccoli fregi, privi questi di significato alcuno, eccezion fatta che per motivi di mero abbellimento.

Ma continuando a discorrere di marche, un fenomeno strettamente legato alla pretesa connotazione di autenticità delle stesse è quello del riutilizzo della stessa iconologia da parte di più stampatori

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Marca di Aldo Manuzio

Come primo sdoganamento di una marca possiamo quindi citare quella dello Jenson, che venne “usurpata” e leggermente modificata da moltissimi tipografi successivi, tra i quali ricordiamo i romani Mazzocchi e Guillery, il palermitano Pasta e i veneziani Sessa (che poi andranno a creare la celeberrima marca con il gatto che stringe in bocca un topo), Torresano, Vitali, Arrivabene, Rusconi, Scoto, Soardi e Tacuino.
Se vogliamo restare in tema di “falsificazioni” possiamo sempre prendere ad esempio la famosa marca di Aldo Manuzio (il delfino e l’ancora), presa poi a prestito dal romano Ruffinelli e dal bresciano Marchetti.
Perché poi non citare la magnifica marca del francese Plantin (il compasso), utilizzata anche dal palermitano Maringo? O il grifone sul globo alato, utilizzata da Antonio degli Antoni milanese, da Paolo Gadaldini modenese e dal veneziano Agostino Della Noce?
I cataloghi sono zeppi di marche che si rassomigliano notevolmente, utilizzate negli stessi anni ma in luoghi geograficamente molto distanti. Ovviamente non si può non pensare che il “furto” di una marca tipografica blasonata, quale quella di Manuzio o di Plantin, possa essere stato giustificato da una volontà “predatoria”, dal tentativo di conquistarsi maggior pregio solo in virtù di una riproposizione grafica simile – se non addirittura praticamente uguale – di certificati di qualità assodata.
Da qui anche le problematiche e l’assoluta importanza dell’identificazione di una marca, a fronte di tante copiature.

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La bellissima marca di Giorgio Marescotti

Lo studio delle marche tipografiche va, quindi, a braccetto strettamente con lo studio degli stampatori e delle botteghe tipografiche; uno studio affascinante, su una materia pregna di significati, di simbologie, di narrazioni e, come visto, di associazioni e di storpiature più o meno volute.
Nel libro antico, almeno fino al ‘600, la marca è una presenza importante, una di quelle caratteristiche che tendono ad essere discriminatorie, nel senso di separazione tra tecnica tipografica e tecnologia editoriale in quanto la scomparsa delle marche anticipa di pochi decenni quei cambiamenti strutturali nella produzione tipografica-libraria che andranno a determinare una diversa forma di catalogazione del libro.

tipografia-cinquecentina-italiana-9f6dfb5c-98f0-4278-95f2-bf5d1a112820Per un primo approccio di tipo compiuto e relativamente esaustivo sulle marche tipografiche connesse alla tipografia, in ambito italiano, segnaliamo La tipografia cinquecentina italiana di Fernanda Ascarelli.

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