Il primo libro stampato in Italia: problematiche di attribuzione

Come tutti sappiamo, la nascita della stampa è associata alla produzione della Bibbia a 42 linee di Gutenberg, finita di stampare nel 1453 a Magonza, Germania.

Meno certa, per così dire, è l’attribuzione sulla prima opera realmente stampata in Italia.

Come base per iniziare questa trattazione si deve partire da due (proto)tipografi tedeschi, Arnold Pannartz e Konrad Schweynheym. Chierici tedeschi (il primo proveniva da Colonia, il secondo proprio da Magonza), si trasferirono nel 1464 (in seguito alla distruzione di Magonza) nei monasteri di Subiaco, dove iniziarono l’attività tipografica. Questo laboratorio è considerato la prima vera e propria tipografia sorta in Italia.

Utilizzando la tecnica dei caratteri mobili di Gutenberg, diedero alle stampe quelli che sono canonicamente considerati i primi libri stampati in Italia: il Donatus pro puerulis, opera oggi perduta ma uscita senza indicazione di data (per cui presumibilmente 1464), il De Oratore di Cicerone (anch’esso presumibilmente risalente al 1464), il De divinis institutionibus adversus gentes di Lattanzio, prima opera a riportare la data di stampa, ossia il 1465, e il De Civitate Dei di Agostino, con data 1467.

Se si esclude quindi la prima opera in assoluto, di cui non rimangono tracce, viene considerato come primo libro stampato in Italia il Cicerone o il Lattanzio, quest’ultimo per via della data di stampa certa, anche se molto più probabile che il De Oratore sia di qualche mese precedente.

Tutte queste opere vennero pubblicate con tirature che oscillavano tra le 200 e le 300 copie per titolo.

Ad oggi, di queste tre opere sopravvissute se ne contano appena poche decine di copie rimaste per ognuna di esse.

Il reale problema di attribuzione per la prima opera stampata in Italia è però rappresentato da un frammento a stampa che molto probabilmente è di poco antecedente all’opera di Pannartz e Schweynheym: il cosiddetto “Frammento Parson”, che prende nome da un antiquario che ne entrò in possesso negli anni ’20 del 1900. Numerose vicende e passaggi di mano si sono registrati da quando questo frammento è venuto alla luce.

Trattasi di quella che viene presentata come una traduzione di un’opera tedesca di meditazioni sulla Passione di Gesù Cristo. Originariamente avrebbe dovuto trattarsi di un’opuscoletto devozionale formato da non più di cinque fogli. Non vi è ovviamente riportata alcuna datazione ma gli elementi che possono far pensare che questo frammento faccia parte della prima opera stampata in Italia sono molti.

Cominciando con un’analisi linguistica e filologica, molti specialisti di questi settori e molti incunabolisti hanno concordato sul fatto che non si debba trattare di una mera traduzione dal tedesco ma di una vera e propria stesura in italiano volgare, con molte influenze di termini latini e toscani. Ancora più preponderanti sono le voci dialettali che collocano la produzione dell’opera nell’ambito dell’Italia settentrionale e non centrale.

Vi è poi lo studio dei caratteri di stampa, più grezzi rispetto alle opere succitate. Parimente la filigrana della carta, raffigurante un unicorno (ma si ipotizza pure un dragone o un cervo) riporta ad una manifattura italica e non tedesca.

Un problema sorge con le immagini, che si concordano essere invece di area germanica. Queste però presentano numerose differenze, parlando di carta e di iconografia, con la produzione italiana ed è infatti opinione comune che, probabilmente in seguito al sacco di Magonza del 1462, il tipografo che diede alle stampe l’opera si fosse portato appresso durante la fuga una parte di materiale tipografico già stampato, tra cui queste illustrazioni.

Ma quella che viene considerata come prova principe circa la datazione dell’opera viene presentata solo nel 1994. In quell’anno venivano infatti pubblicati alcuni atti notarili manoscritti stesi a Bondeno, nell’attuale provincia di Ferrara.

In questi atti, datati 1463, si fa riferimento ad un contratto stipulato tra il cappellano della pieve Don Moerich e il tedesco Ulrico Pursmid – e vagliato dal parroco Francesco da Fiesso Umbertiano – per la realizzazione, sicuramente a stampa, di materiale cartaceo, tra cui immagini sacre e probabilmente libri.

Il contratto scade entro due mesi, da febbraio a fine aprile, con il saldo di Pursmid da parte di Don Moerich per cui si ipotizza che la sua opera sia stata portata a termine.

Le risultanze stilistiche del manoscritto Parson hanno portato a identificare nello stesso l’oggetto del contratto steso a Bondeno nel 1463 e da qui viene la datazione. Datazione importantissima perché precede di almeno un anno la produzione tipografica di Subiaco e va a collocare la prima opera stampata in Italia nell’ambito di un centro minore e, se vogliamo, marginale.

Non si può certo dire che la questione sia però chiusa. Alcuni eminenti studiosi non concordano con queste tesi, sposando l’ipotesi che il frammento fosse una semplice traduzione e che provenga interamente dalla Germania. Altri retrodatano la sua produzione, seppure in Italia (anche se con una geolocalizzazione molto più vaga), a circa quattro anni dopo rispetto al 1463.

L’argomento rimane comunque uno tra i più affascinanti, anche in virtù della sua controversia, e gli studi sulla nascita della stampa in Italia rimangono ancora apertissimi.

Ciò che possiamo auspicarci sarebbe un ulteriore ritrovamento probatorio che possa far luce su questo “mistero” e che possa indicare chiaramente luogo e data di stampa del primo libro italiano.

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