L’affaire Sidereus Nuncius – di Flaminia Gennari Santori

Nella primavera del 2012 arrivò sulle pagine dei giornali la notizia di un clamoroso saccheggio: da mesi il direttore della Biblioteca Nazionale dei Girolamini a Napoli stava sistematicamente appropriandosi di centinaia di volumi conservati nell’istituto. Tomaso Montanari ne scrisse per primo su Il Fatto Quotidiano descrivendo una scena che ricorda Curzio Malaparte: Vico, il pastore tedesco del direttore, razzolava nella sala centrale della biblioteca, “con un immenso osso di prosciutto tra le fauci” tra cinquecentine ammucchiate sul pavimento e lattine di Coca Cola abbandonate sui banconi seicenteschi (Tomaso Montanari ricostruisce la vicenda in Le pietre e il popolo, Roma, 2013, pp. 46 – 59). Grazie alla testimonianza di Maria Rosaria e Piergianni Berardi, due bibliotecari che avevano assistito sbigottiti a ripetuti saccheggi notturni, i Carabinieri misero la Biblioteca sotto sequestro e nel maggio 2012 la Procura di Napoli arrestò il direttore, Marino Massimo De Caro. De Caro ha confessato il furto dei Girolamini e altri compiuti in diverse biblioteche italiane, ed è stato condannato a sette anni. Attualmente è in attesa di un secondo processo che vede tra i capi d’imputazione anche quello associazione a delinquere.

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Biblioteca dei Girolamini, Napolini

Forte di un bizzarro curriculum, ancora visibile sulla pagina web del Ministero dei Beni Culturali, Marino Massimo De Caro arrivò al ministero della Cultura con Giancarlo Galan, il quale lo aveva già chiamato come consulente esperto in fonti energetiche al Ministero dell’Agricoltura. Una volta ai Beni Culturali, nel maggio 2011 Galan conferì a De Caro un misterioso incarico di supervisione del patrimonio librario italiano, su probabile suggerimento di Marcello Dell’Utri, e, il mese successivo, la direzione dei Girolamini. Il ministro Ornaghi lo riconfermò, nonostante De Caro fosse già una figura molto discussa nel mondo antiquario.

Le sue peripezie nel campo dell’energia, condite di “oligarchi” russi e tangenti che passano per l’istituto bancario controllato da Denis Verdini, sono state raccontate da Claudio Gatti e Ferruccio Sansa in Il Sottobosco (Milano, 2012), nel quale De Caro fa la sua bella figura. Per quanto torbide, sono sciocchezze rispetto alle sue imprese nel campo del libro antico. Fin da ragazzo infatti De Caro è mosso da una passione smodata per le prime edizioni di Galileo; una passione nutrita in eguale misura da interesse materiale e da delirio narcisistico che ne fa un emblema antropologico della tragedia collettiva nella quale il ventennio berlusconiano ci ha precipitati.

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Marino Massimo De Caro

Questa passione lo porta a produrre un falso eccezionale: una copia autografa del Sidereus Nuncius di Galileo Galilei (1610), il rivoluzionario trattato che smonta l’impalcatura dell’astronomia aristotelico-tolemaica. L’aspetto straordinario della copia sono cinque acquerelli di mano dello stesso Galileo che rappresentano la superficie corrugata della Luna osservata dal telescopio. Da questi acquerelli sarebbero state tratte le incisioni che illustrano il Sidereus Nuncius. Tanto per gradire, la copia è nobilitata dalla firma Galileo, dal marchio della biblioteca del cardinale Federico Cesi, il fondatore dell’Accademia dei Lincei, e da una legatura seicentesca di altissima qualità. Nicholas Schmidle ha raccontato l’intricata vicenda in un articolo magistrale pubblicato sul New Yorker (16 dicembre 2013), ma in Italia se ne sa ancora poco o nulla. La storia del falso Galileo, oltre a rivelare aspetti aberranti della gestione del nostro patrimonio culturale e delle dinamiche del mercato antiquario, ha scardinato le pratiche che per oltre un secolo hanno sancito l’autenticità degli oggetti da collezione. Ne abbiamo parlato con Nick Wilding, lo storico che a partire dal Sidereus Nuncius, ha scoperto e continua a scoprire falsi prodotti De Caro.

Nel 2005, ben prima della vicenda dei Girolamini, De Caro vendette a Richard Lan, un mercante di New York, il Sidereus Nuncius “autografo” per mezzo milione di dollari, dichiarando che il volume era appartenuto a una loggia massonica attiva in Italia, a Malta e in Argentina. Una provenienza a dir poco fantasiosa (e anche un po’ sinistra), ma che secondo Nick Wilding era del tutto plausibile nell’ambito delle logiche che governano il mercato librario, dove “ a differenza di quanto accade nel mercato dell’arte la provenienza dell’oggetto non è considerata un aspetto decisivo; il costume è fidarsi o non porsi il problema.” Del resto non era il primo volume che Lan acquistava da De Caro.

Consapevole dell’impatto che la copia avrebbe avuto sugli studi galileiani e sulla storia della scienza in generale, Lan commissionò a un gruppo internazionale di specialisti un’analisi approfondita dell’edizione. Nel 2011 fu pubblicato Galileo’s O (Akademie Verlag), che raccoglieva i risultati della ricerca coordinata da Horst Bredekamp professore di storia dell’arte alla Humboldt-Universität di Berlino e tra i più autorevoli esponenti della Bildwissenschaft, il metodo di analisi interdisciplinare dell’immagine che ha avuto un grande impatto sulla storia dell’arte negli ultimi decenni. Dopo aver lavorato per decenni sull’arte e la cultura visiva italiana tra rinascimento e barocco, recentemente Bredekamp si è dedicato al rapporto tra disegno ed elaborazione scientifica e filosofica, pubblicando in particolare Galilei der Künstler (Akademie Verlag, Berlin 2009). Dopo aver esaminato il volume da ogni possibile punto di vista con grande scrupolosità e in assoluta buona fede, gli autori di Galileo’s O hanno sancito l’autenticità e l’importanza straordinaria di quello che ormai era noto come il Martayan-Lan Sidereus Nuncius, dal nome della ditta antiquaria che lo possedeva.

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Martayan-Lan Sidereus Nuncius

Lan dichiarò a Time Magazine che la copia aveva un valore di mercato di circa dieci milioni di dollari, una cifra che appena un decennio fa, quando i grandi imprenditori delle nuove tecnologie non avevano ancora scoperto i manoscritti o le prime edizioni di testi scientifici, sarebbe stata impensabile. “E’ in corso una storia d’amore tra le cosiddette dot.com e i grandi testi della storia della scienza: è un collezionismo che rappresenta l’affermazione di una discendenza diretta, di una di genealogia” sostiene Wilding. “Le opere di Galileo, o quelle di Keplero, hanno oggi un mercato che non hanno mai avuto in passato trasformandosi nell’oggetto ideale per un falsario” come i Rembrandt o i pittori minori del quattrocento toscano intorno al 1900.

Nel 2011, mentre De Caro svaligia i Girolamini, Wilding lavora a una recensione di Galileo’s O e comincia a rendersi conto che qualcosa non torna. Un anno dopo è in grado di provare che il volume è interamente falso, che non è mai stato nella biblioteca del cardinal Cesi, che la legatura è seicentesca e “di straordinaria qualità” ma apparteneva originariamente a un altro volume. Scopre inoltre che la falsificazione era stata ottenuta in maniera relativamente semplice: il primo passo è stato fotografare una copia originale con un apparecchio digitale; le immagini sono state poi rifinite in Photoshop, stampate come negativi e trasferite su lastre foto polimeriche che sono state impresse su una carta che riproduceva con grande maestra l’impasto antico. Secondo Wilding la carta, che è stata sottoposta a ogni possibile esame, avrebbe anche potuto passare per autentica, mentre il testo presentava delle piccole imperfezioni.

La certezza che la copia fosse falsa è arrivata quando Wilding è imbattuto in un’incongruenza nel frontespizio: nell’ultima riga del testo compare un segno, una breve lineetta, accanto alla P della parola Privilegio, che non appartiene al carattere tipografico, come si vede del resto osservando l’altra P sulla stessa riga. “Il segno deriva da un’imperfezione visibile in una fotografia in bianco e nero fatta nel 1964 per realizzare una copia facsimile da un esemplare del Sidereus Nuncius conservato nella Biblioteca di Brera” spiega Wilding. Imperfezioni simili apparivano anche in altri volumi di Galileiana comparsi nello stesso periodo sul mercato e riconducibili a De Caro.

Nel giugno 2012, quando De Caro è già stato arrestato, Wilding, pubblica online la sua confutazione dell’autenticità del Martayan-Lan Sidereus Nuncius. La comunità scientifica riconosce immediatamente la copia come falsa e gli autori di Galileo’s O hanno ribaltato tutto quello che avevano dichiarato in un volume che uscirà a giorni (A Galileo Forgery: Unmasking the New York Sidereus Nuncius, a cura di H. Bredekamp et al., De Gruyter, Berlin 2014). Secondo la descrizione dell’editore il volume offre una prospettiva del tutto inedita rispetto alla “psicologia dello specialista” che analizza i propri errori.

È una situazione paradossale, dalla quale secondo Wilding emergono alcune evidenze: in primo luogo, per realizzare il falso De Caro ha avuto supporti esterni più consistenti di quanto ha dichiarato a Nicholas Schmidle il quale è riuscito a intervistarlo per il New Yorker; in secondo luogo, grazie a tecnologie ormai accessibili è possibile falsificare praticamente tutto, anche una notissima prima edizione di Galileo. De Caro è stato scoperto perché il Sidereus Nuncius non è il suo unico falso: il giovane, come del resto è nel suo personaggio, ha voluto strafare. Attorno al 2005 compaiono sul mercato vari falsi Sidereus Nuncius e almeno tre esemplari falsi di Le operazioni del compasso geometrico e militare, un breve trattato di Galileo stampato nel 1606 in soltanto sessanta copie. Questi ultimi sono stati individuati già nel 2006 da Owen Gingerich, un professore di astronomia e di storia della scienza a Harvard oggi in pensione, e Frank Mowerey, il restauratore della Folger Shakespeare Library di Washington. Tutti i volumi sono riconducibili a De Caro e le analisi Gingerich, Mowerey e Wilding hanno dimostrato che sono state prodotti con lo stesso metodo.

De Caro impara il mestiere attorno al 2000 da Daniel Pastore, un antiquario di Buenos Aires implicato in alcuni furti nelle biblioteche nazionali di Madrid e Buenos Aires. Ma per il salto di qualità bisogna ringraziare il Vaticano: in qualche modo, il nostro acquista la fiducia del cardinal Jorge María Mejía, responsabile della Biblioteca e dell’Archivio Segreto Vaticano, e nel 2003, racconta Nick Wilding “De Caro scambia con la biblioteca Vaticana alcuni incunabula e manoscritti del valore di circa 100.000 dollari con sei volumi del valore complessivo di circa cinque milioni di dollari, tra i quali, alcune copie leggendarie di opere di Galileo, come quelle provenienti dalla biblioteca Barberini, o il Compasso appartenuto a Leopoldo Cicognara,” uno storico dell’arte e bibliofilo vissuto tra sette e ottocento così importante che quando finì in miseria il Papa acquistò in blocco la sua biblioteca per preservarla.

“Lo scambio con la Vaticana fornisce a De Caro gli strumenti che poi avrebbe utilizzato in seguito per falsificare altri volumi galileiani,” continua Wilding, “il Compasso di Cicognara proveniva dalla biblioteca di Federico Cesi e aveva il marchio originale della sua biblioteca, una lince, sul frontespizio. De Caro utilizzò il Compasso per creare le copie false comparse poco dopo sul mercato e il marchio per creare quello del frontespizio del Martayan-Lan Sidereus Nuncius. Non a caso, attorno al 2004 cominciarono ad apparire sul mercato antiquario libri con degli stemmi Cesi poco convincenti. De Caro ottenne dalla Vaticana anche una copia importantissima dell’Hypnerotomachia Poliphili, l’esempio paradigmatico di editoria e tipografia rinascimentale, pubblicato nel 1499, e uno dei primi libri mai stampati in Italia: una copia delle opere di Lattanzio (lo scrittore cristiano di epoca romana ammirato da Poliziano) prodotta a Roma nel 1465. I bibliotecari della Vaticana riuscirono ad evitare un secondo scambio, tuttavia il cardinale Mejia continuò ad aiutare De Caro favorendo il suo accesso alla Biblioteca del Seminario di Padova dalla quale sottrasse alcuni volumi. Qualche anno dopo, per intercessione di De Caro il Vaticano ospitò una mostra della collezione di uova di Fabergè di Viktor Vekselberg, l’imprenditore russo per il quale lavorava.” Rivestendo ruoli diversi – falsario, intermediario, consigliere, ladro – De Caro anima un’economia illegale che vive sugli oggetti del desiderio dei potenti: le uova Fabergè per gli oligarchi russi, o le prime edizioni di Galileo per i magnati delle dot.com.“Dopo lo scambio con la Vaticana, continua Wilding, De Caro sottrae una copia del Sidereus Nuncius alla Biblioteca Nazionale di Napoli che sostituisce con un falso e in seguito, quando è già impiegato al ministero dei Beni Culturali, preleva dalla Biblioteca di Montecassino una copia del Compasso che sostituisce con un falso. La funzione primaria dei falsi era sostituire le copie autentiche rubate e la loro destinazione finale non era il mercato, a parte forse nel caso del Siderius Nuncius venduto a Lan. De Caro è stato scoperto perché ha prodotto diversi esemplari che presentano caratteristiche simili e non ha resistito a metterli sul mercato. Se avesse venduto soltanto una copia probabilmente non lo avremmo mai scoperto. Certamente è il primo falsario di cui siamo a conoscenza che ha prodotto interi volumi, e questa è un’assoluta novità con la quale il mercato antiquario deve fare i conti.”

Il mercato del libro antico è un mondo relativamente ristretto e le scorribande di De Caro se non erano note erano senz’altro sospettate. Parte dei libri sottratti ai Girolamini, assieme a molti altri, erano destinati a una vendita pubblica a Monaco, programmata per maggio 2012 presso la casa d’aste Zisska&Shauer che aveva già pagato De Caro 900.000 euro. In poche settimane, grazie alle intercettazioni del telefono di De Caro, la magistratura napoletana ha recuperato circa 2000 volumi sottratti da biblioteche pubbliche. Herbert Shauer, titolare della casa d’aste di Monaco, è stato arrestato ed estradato in Italia.

Secondo Nick Wilding i legami di De Caro con alcuni tra i più rispettabili mercanti italiani e stranieri sono radicati e costanti, da quando ottenne i volumi della Biblioteca Vaticana fino alla primavera del 2012, come dimostrano le intercettazioni raccolte nei giorni precedenti l’arresto. “De Caro è sicuramente mosso da un desiderio bruciante di mettere alla gogna il mondo accademico, si identifica con la prima versione brechtiana di Galileo, quella del libero pensatore che mette in discussione l’autorità, e si vuole presentare come un personaggio borgesiano, complesso, contraddittorio, persino ironico, come ha fatto nell’intervista al ‘New Yorker’. Ma questa è una rappresentazione; il fine ultimo è il denaro.”

Quello che lascia sbalorditi è che sia il saccheggio del patrimonio librario italiano che le falsificazioni precedenti sembrano funzionali al sistema del mercato librario o almeno a parte di esso. Il prossimo processo dovrà accertare eventuali partecipazioni e responsabilità ma, conclude Wilding, “il saccheggio è la modalità finale di privatizzazione del patrimonio culturale. Inoltre in questo caso i falsi creano una cultura italiana virtuale, fatta di “prototipi” mai esistiti e raccolte storiche che si espandono secondo l’opportunità. Si prende un libro, per definizione un oggetto multiplo, e si trasforma in un oggetto unico, nobilitato da una storia ideale. Non mi sembra che questa vicenda stia scuotendo davvero il mercato antiquario, ma certamente in un contesto come quello attuale, dove i testi scientifici antichi sono entrati a pieno titolo nell’economia degli oggetti di prestigio, è necessario porsi delle domande e cominciare finalmente a considerare la provenienza degli oggetti una componente cruciale dal punto di vista legale, intellettuale ed etico.”

Marino Massimo De Caro è una delle tante maschere sinistre del palcoscenico nazionale; ma il fatto che si sia potuto accanire impunemente sulla nostra storia, coperto da ministri e sottosegretari di schieramenti diversi, mentre il cane Vico razzolava tra i nostri libri, è un punto di non ritorno che speriamo ci dia una lezione.

– Flaminia Gennari Santori –

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