Un fantomatico incunabolo sul gioco degli scacchi

Verso la fine del 1400 furono stampate molte edizioni, in latino e in altre lingue, del trattato moralizzante di fra Jacopo da Cessole, generalmente noto come Libellus de ludo scachorum o, più brevemente, De ludo schacorum. In questo trattato il domenicano Jacopo da Cessole impartiva ammaestramenti morali, valendosi degli scacchi e dei loro movimenti per illustrare diritti e doveri dei sudditi e dei governanti. Le bibliografie specializzate elencano almeno una quindicina di edizioni anteriori al 1500, alcune delle quali presenti anche nelle biblioteche italiane.

Ma il trattato di fra Jacopo, pur gettando una viva luce sui costumi del tempo e sulla storia degli scacchi non era un vero e proprio trattato tecnico sul giuoco. Quando, perciò, alcuni bibliofili spagnoli elencarono nei loro repertori, verso la fine del secolo XVIII, il libro di cui ora daremo il titolo, gli storici degli scacchi ne furono straordinariamente interessati. Ecco la descrizione del libro, quale risulta dal Mendez (Francisco Mendez, Typographia Espanola, Madrid 1796, ndr): 30-Libre dels jochs partitis dels schachs en nombre de 100, ordenat e compost per mi Francesch Vicent nat en la ciutat de Segorb e criat e vehi de la insigne e valerosa ciutat de Valencia. (Finaliza) A loor gloria de nostre Redemtor Jesu Christ fonc acabat lo dit libre que ha nom libre dels jochs partitis dels schachs en la insigne ciutat de Valencia e estampat per mans de Lope de Roca Alemany e Pere Trinchet librere a xv dies de Mag del any MCCCCLXXXXV 4° got. Existe en la Libreria del Monasterio de Monserrate, segun nota del R. P. M. Caresmar, y P. M. Ribas.

Molti eruditi, soprattutto nell’Ottocento, si applicarono con impegno a ricercare questo raro libro. Particolarmente attivo fu il barone Tassilo Haydelbrand von der Lasa, che, agevolato anche dalla qualità di diplomatico che gli apriva molte porte, sollecitò la collaborazione di bibliofili di tutto il mondo. Ma ogni ricerca fu inutile, e gli studiosi dovettero soltanto tentare di spiegare le ragioni della scomparsa di questo incunabolo. «Oggi questo libro» scrive lo Haebler «è del tutto perduto, e dopo le ricerche fatte dai bibliofili specializzati nel giuoco degli scacchi, tanto estese quanto scrupolose, rimangono ben poche speranze di trovarne ancora un esemplare. È una delle preziose rarità bibliografiche che si sono perdute nei primi anni di questo secolo (XIX) durante la guerra di indipendenza, quando i francesi si servivano del Monastero del Monserrat come baluardo contro l’eroica sollevazione degli spagnoli, e fecero cartucce con i libri rarissimi della famosa biblioteca del monastero». (Konrad Haebler, Typographie ibérique du XVème siècle, 1903, ndr)

Ma la speranza, anche nel mondo dei bibliofili, è l’ultima a morire. Qualche irriducibile ottimista ricordò che l’antico archivio del monastero era stato fortunosamente salvato dalla distruzione, per l’intervento del padre Ribas, che lo aveva nascosto in luogo sicuro: disgraziatamente, così sicuro che, morto padre Ribas, il nascondiglio non fu più ritrovato. Resta, comunque, ancora qualche debole speranza che il libro del Vicent, forse salvato insieme a quegli antichi documenti, possa un giorno tornare alla luce.

Intanto il Vicent («Quest’uomo» come scrive José Pin y Soler «che è diventato famoso per un libro che nessuno conosce») continua ad essere ricordato come autore «scacchistico» anche nelle più recenti bibliografie; in pari tempo si moltiplicano le notizie sull’incunabolo scomparso; non sempre preventivamente controllate. Nella seconda metà dell’Ottocento l’Usigli, scrivendo al Fantacci, lo informò che nella biblioteca comunale di Siena esisteva un esemplare del Vicent; fu però facile appurare che non si trattava del Vicent, bensì del Lucena: un libro anch’esso di grande rarità, ma non un unicum come il Vicent. Altrettanto dubbia è la notizia che padre Mendez avrebbe visto nella Biblioteca Reale un altro esemplare del Vicent, anche questo perduto. Verso il 1920 si diffuse addirittura la voce che un esemplare del Vicent sarebbe stato venduto nel Nord America: un appassionato bibliofilo fece diligenti ricerche in America e in Inghilterra, senza esito alcuno.1

Nonostante questi insuccessi, non sembra lecito dubitare dell’esistenza, nei primi anni dell’Ottocento, di un esemplare di questo libro. L’autorità degli studiosi che ne diedero notizia, le indicazioni particolareggiate circa il titolo, il luogo, gli stampatori e la data, escludono la possibilità di un errore. Potrebbe sembrare strano che nei trattati scacchistici del XVI, XVII, XVIII secolo non si trovi mai alcuna espressa menzione del trattato del Vicent, ma questo circostanza è mano significativa di quanto sembri. Occorre, infatti, ricordare che i maestri di scacchi del XVI secolo, giocatori o problemisti, di solito evitarono di menzionare i loro predecessori: in parte, per non condividere con altri le scoperte, vere o presunte, che essi volevano presentare come proprie; in parte, per impedire che i loro «tranelli» venissero vanificati da verifiche su altri testi. Così, Lucena non cita mai il Vicent, e Damiano, a sua volta, non cita mai il Lucena, sebbene i loro libri trattassero lo stesso argomento.

D’altronde, l’affermazione che non esista alcun riferimento al libro del Vicent, almeno nei trattati di scacchi dei tre secoli successivi, va accettata con qualche riserva. Sebbene in modo vago e indiretto, sembra accennare a questo libro Carlo Salvio, fratello di Alessandro, là dove descrive in versi la sfida scacchistica fra Michele di Mauro e Tommaso Caputi (Alessandro Salvio, Il giuoco degli scacchi, Napoli 1723). Ivi si legge che entrambi i contendenti si prepararono allo scontro consultando i più importanti trattati scacchistici dei loro tempi: il Caputi, molto astutamente, studiò il libro scritto dal suo stesso avversario, con la speranza di scoprirne in anticipo i tranelli; il Mauro, invece ‘Prende il Bove, il Ruis Lopez e il Carrera / L’Alemanni, il Girone e gl’altri erranti’.
I nomi di Paolo Boi (Bove), di Ruy Lopez, di Carrera, di Girone sono nomi di giuocatori notissimi in quello scorcio del 1600, veri cavalieri erranti del mondo scacchistico di quei tempi. Lascia invece interdetti il nome di Alemanni, del tutto ignoto. Se si tengono presenti l’abitudine del Salvio di storpiare i nomi, e l’imprecisione delle sue citazioni, è legittima l’ipotesi che egli abbia voluto indicare con Alemanni lo stampatore Lope de Roca Alemany, scambiandolo per l’autore del libro cioè per il Vicent.

Un altro accenno, che solo nel libro del Vicent può trovare un puntuale riscontro, affiora nel De rerum varietate del Cardano. Parlando del libro su gli scacchi da lui composto in molti anni di lavoro, il Cardano affronta il problema di raffigurare graficamente i pezzi neri su casa nera, dato che «qui Hispanicum librum emiserunt, omnia confuderunt». La soluzione che egli propone è semplice ed ingegnosa, ed è quella ancora oggi adottata: tratteggiare lo sfondo della casa, annerendo invece totalmente la figura del pezzo («Loci nigri lineis nigris, quasi cancellis sunt distinguendi… latrunculorum vero figurae nigrae quidem tota superficie atramento tingantur»). La critica rivolta a coloro che pubblicarono il libro spagnolo (va sottolineato il plurale) induce a pensare che il Cardano avesse esaminato un libro stampato in Spagna non da un solo stampatore, ma da almeno due stampatori. Al tempo della stesura del De Varietate, cioè prima del 1557, circolavano in Italia due soli libri scritti interamente in spagnolo e stampati in Spagna: il libro di Vicent e quello di Lucena (ca. 1497). Quest’ultimo, però, era privo di indicazioni di stampa: i dati che oggi si leggono nelle bibliografie sono il frutto di studi recenti, ed è da escludere che il Cardano ne fosse a conoscenza. L’unico libro spagnolo contenente, nel colophon, l’esplicita indicazione dei due stampatori Lope de Roca Alemany e Pere Trinchet, era appunto il Vicent: è, quindi, assai probabile che il Cardano avesse avuto sotto mano proprio un esemplare di questo libro. Va aggiunta un’altra considerazione: il Cardano imputa agli stampatori di avere «confuso ogni cosa», naturalmente sul piano tipografico e con particolare riferimento ai diagrammi: ma questa censura sembrerebbe eccessiva, se rivolta al libro di Lucena, le cui xilografie, pur non essendo eccellenti, sono peraltro sufficientemente leggibili. Non abbiamo la possibilità di confrontarle con quelle del Vicent: ma se pensiamo a talune edizioni del portoghese Damiano, dobbiamo riconoscere che i diagrammi del libro di Lucena sono di gran lunga migliori. Riemerge, così, l’ipotesi che la confusione lamentata dal Cardano si riferisce ad un esemplare del Vicent.

Una curiosità: la città di Valencia, dove il Vicent fu stampato, si rivelò una città fatale anche per un altro protolibro, noto per essere il più antico libro sul giuoco della dama: il libro di Antonio de Torquemada, El ingenio o juego de marro de punta o dama, Valencia 1547. Le indicazioni del Manual del librero Hispanoamericano sono, al riguardo, perentorie: «Existia en la Biblioteca Municipal de Valencia. No se conoce ejemplar»

Adriano Chicco
da L’Esopo, n. 3 settembre 1979

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